Oltre il taglio: guida alla potatura fisiologica dell’olivo

Finalità della potatura

Le operazioni di potatura si propongono di esaltare le capacità funzionali dell’olivo ai fini di migliorare la fruttificazione e più in generale favorire una gestione dell’oliveto razionale ed efficiente.

Se si considera come l’albero si nutre, cresce e compie le sue funzioni, ci si rende conto che le operazioni di taglio influiscono notevolmente sulla salute della pianta e sulla fruttificazione. Si modifica il numero o la dimensione dei singoli rami, si sceglie la loro disposizione nello spazio e si orienta la chioma rispetto alla provenienza della luce.

Oggi la potatura dell’olivo ha anche altri connotati volti a massimizzare l’efficienza e l’efficacia delle altre operazioni colturali, ovvero la raccolta e la difesa. Con la potatura regoliamo anche lo scheletro della pianta, ossia i rapporti dei rami con il tronco e la forma complessiva della chioma.


Principi universali della potatura di produzione

La maggior parte dei principi della potatura di produzione dell’olivo sono indipendenti dalla forma di allevamento:

  1. riduzione della dimensione dei rami secondari e della massa legnosa in generale;
  2. mantenimento dell’equilibrio vegeto-produttivo, lasciando abbastanza rami per la fruttificazione dell’anno in corso e la previsione dello spazio necessario alla crescita di nuova vegetazione;
  3. mantenimento di un volume della chioma proporzionato alla probabile estensione radicale (equilibrio chioma-radici);
  4. ordine nella disposizione dei rami secondari lungo le branche primarie, sia spazialmente sia per dimensione, più leggero/piccolo nella porzione alta della chioma, più grandi/strutturati nella porzione basale della chioma;
  5. garantire adeguata illuminazione di tutta la chioma;
  6. garantire che i trattamenti di difesa fitosanitaria possano raggiungere tutte le parti della chioma;
  7. favorire la semplificazione e la velocità delle operazioni di raccolta.

Tecnica e strumenti d’intervento

Cerchiamo dunque di declinarle nella tecnica di potatura ulivi di campo che, possibilmente, deve essere eseguita da terra con svettatoi o potatori/forbici/motoseghe elettriche montate su aste telescopiche. L’uso di tali mezzi, oggi sempre più precisi e funzionali, garantisce la sicurezza degli operatori e velocità d’intervento, limitandolo al minor numero possibile di tagli, a seconda delle dimensioni e della condizione dell’albero.


Fisiologia dei rami: Sink e Source

ogni ramo dell'olivo ha una sua struttura e funzione che deve essere rispettata.

Ogni organo e struttura dell’albero ha una propria funzione, quindi deve avere una propria disposizione e angolo di inserzione sulla struttura primaria dell’olivo.

Ci sono rami che sono un sink (attirano nutrienti e assimilati) e rami che sono source (sono fonte di assimilati). Tipicamente i rami più giovani sono source mentre i rami più grandi sono sink. Rami verticali sono tipicamente dei sink, rami orizzontali diventano tipicamente dei source. Le olive sono degli attrattori di risorse (nutrienti e assimilati).

Questo significa che i rami fruttiferi devono avere un grado di inserzione orizzontale perché possano essere delle fonti di nutrienti delle olive. Nel caso di raccolta con scuotitori al tronco il grado di inserzione però non dovrebbe essere eccessivamente orizzontale per garantire una buona trasmissibilità della vibrazione.


Il ruolo della punta dell’albero

La punta dell’albero è un sink naturale che serve quindi ad attirare nutrienti fino alla cima perché possano essere distribuiti più uniformemente all’intera chioma. La punta dell’albero non dovrebbe terminare con una piccola cimetta assurgente (spesso ed erroneamente chiamata “tiralinfa”); è invece importante è che sia rigogliosa, ovvero rivestita di molti rametti, per assolvere il ruolo di sink. Tagliare tutte le cime dell’olivo è quindi controproducente.


Controllo ormonale e risposta ai tagli

Gli ormoni vegetali esercitano il controllo della destinazione e ripartizione degli assimilati, delle risorse idriche, minerali e nutrizionali, determinando l’entità e le modalità di crescita dei diversi organi e quindi dell’intera pianta. Le auxine, le giberelline e le citochinine svolgono un ruolo positivo nell’attivazione dei sink e di conseguenza influiscono sullo sviluppo vegetativo e riproduttivo.

La potatura, riducendo il numero di meristemi (gemme apicali in accrescimento) e dei siti della sintesi ormonale, modifica il bilancio ormonale con fluttuazioni più o meno accentuate. A tal proposito si ricorda che numerosi piccoli tagli stimolano maggiormente la formazione di nuovi germogli rispetto a pochi grossi tagli; l’eliminazione di rami secondari grandi stimola meno l’accrescimento vegetativo rispetto all’eliminazione di un’equivalente quantità di singoli rametti o piccole branchette. Una regola da ricordare per decidere il grado di stimolazione voluto!


Distribuzione della vegetazione e luce

È importante che i rami secondari, ovvero i rami che si inseriscono direttamente sulle branche principali o sull’asse centrale, siano disposti in maniera uniforme lungo la branca, tenendo conto della capacità strutturale dell’albero. Questo significa che è bene lasciare rami più leggeri e di dimensioni minori sulla porzione alta della chioma e via via più grandi e pesanti nella porzione basale (basitonia dell’olivo).

Rami troppo grandi sulle parti alte, tipici per esempio delle forme di allevamento acefalo, obbligano a interventi negli anni sulle branche principali che andranno a piegarsi in maniera anomala. Generalmente tali rami di grandi dimensioni vengono lasciati poiché si ritiene che possano attrarre più nutrienti verso di sé, riducendo lo sviluppo in altezza dell’albero. In realtà, quello a cui si assiste è la formazione di numerosi rami assurgenti e verticali (succhioni), in competizione tra loro e per gli assimilati, che andranno ridotti o eliminati.


Fotosintesi e parassiti

Quando l’illuminazione della chioma scende al di sotto del 10-30% rispetto alla massima irradiazione luminosa la fotosintesi, l’accrescimento dei germogli, la crescita e l’inolizione dei frutti vengono sensibilmente ridotti.

È infatti noto che alte intensità luminose promuovono la differenziazione delle gemme a fiore e con valori di intensità luminosa minori al 30% della massima disponibile l’induzione a fiore non avviene o è molto ridotta. Oltre a questo è bene che le giovani foglie, quelle che si sviluppano nell’anno della potatura, ricevano la massima insolazione per tutto il loro ciclo di sviluppo fino all’età adulta.

Le foglie sviluppatesi in condizioni di scarsa intensità luminosa non sono in grado di raggiungere una capacità fotosintetica pari a quelle cresciute in condizioni di buona illuminazione. Inoltre le condizioni di ombreggiamento prolungato favoriscono l’instaurarsi di funghi e parassiti.


Limiti della potatura dicotomica

defogliamento e ombreggiamento della parte basale dell'olivo

Tipicamente la forma di allevamento dicotomica, che prevede continue biforcazioni dei rami secondari man mano che ci si sposta verso l’alto, senza una elevato grado di manutenzione alla lunga causano ombreggiamento e progressiva defogliazione delle parti basali.

È infatti bene ricordare che la vita di una foglia di olivo arriva a tre anni ma, in condizioni di scarsa illuminazione, tende a cadere alla fine del secondo anno. La potatura dicotomica avrebbe, tra i suoi scopi principali, la riduzione del vigore dei rami per favorire il contenimento delle dimensioni dell’albero e la fruttificazione.

In realtà si ha solo un apparentemente contenimento della vigoria con la produzione che si sposta progressivamente verso l’alto e con la necessità, dopo qualche anno, di interventi cesori importanti per ricostituire la chioma basale dell’albero.


Intensità di potatura e reazione della pianta

Nell’eseguire tutte le operazioni citate occorre ovviamente tenere in considerazione l’intensità di potatura. Consideriamo la quantità di chioma asportata con la potatura: si distingue in leggera col il 10-15%, media col 20/25% e intensa superiore al 30%. Per stabilire la giusta intensità di potatura occorre considerare diversi fattori: la cultivar, le condizioni pedoclimatiche, la carica di frutti dell’anno precedente e aver osservato la reazione degli olivi alle potature precedenti.

Una potatura troppo blanda non favorirà la nuova vegetazione che viceversa sarà eccessivamente favorita da una potatura severa. Con terreno molto fertile o abbondanti concimazioni è bene ridurre l’intensità di potatura e la verticalità dei rami. Se siamo in presenza di una varietà vigorosa e condizioni di crescita favorevoli avremo bisogno di maggior spazio a disposizione delle piante (sesto d’impianto largo).


Gestione di succhioni e polloni

Da questo punto di vista è quindi importante capire i segnali che fornisce la pianta, prima e dopo la potatura, perciò è necessario controllare la reazione delle piante post potatura, cioè in fase di fioritura e allegagione.

I succhioni e i polloni, ovvero rami molto vigorosi e assurgenti, sono spesso la risposta della pianta a uno squilibrio chioma-radici e quindi vegeto-produttivo. Una potatura troppo severa obbliga l’olivo a reagire emettendo rami vigorosi, che possono crescere in breve tempo, consentendo all’olivo il ripristino veloce di un’adeguata superficie fotosintetica.

Effettuare ad agosto settembre il taglio dei succhioni più grandi e dei polloni alla ceppa riduce lo stress da potatura per la pianta e consente in inverno e primavera di potare meno intensamente con lo stesso effetto benefico.


Regole generali per l’esecuzione dei tagli

Quando ci si avvicina all’olivo da potare, prima di qualsiasi intervento, è bene fare un giro intorno all’albero, osservando lo scheletro, le branche principali e quelle secondarie, la loro disposizione spaziale e la loro vigoria, conformazione ed età.

Una volta che ci si è fatti un’idea della conformazione dell’albero si può iniziare a intervenire su polloni e succhioni, eliminando solo quelli molto vigorosi, interni alla chioma e quelli sui rami secondari più vicini alla inserzione con le branche primarie. Questa operazione può risultare essenziale per avere un’idea degli spazi nel caso ci sia una foltezza tale da impedire una chiara visuale della chioma.

A questo punto si comincia individuando le cime delle branche principali, che dovrebbero avere tendenzialmente la stessa altezza rispetto al piano del terreno.


Gestione dello scheletro e della produzione

Una volta individuata la o le cime si interviene sullo scheletro, quindi eliminando i rami secondari esauriti, quelli mal disposti, sovrapposti, asportandoli o accorciandoli se troppo esterni rispetto al gradiente conico della branca, preferibilmente con tagli di ritorno.

Nella scelta dei rami secondari è bene preferire quelli meglio inseriti sulla branca principale, equidistanti dagli altri e che offrono migliore potenziale produttivo. Solo quando gli interventi più importanti sono stati portati a termine si può intervenire sulle brancheette fruttifere o terziarie, diradandole, eliminando la vegetazione vecchia, di solito ben riconoscibile perché è la più spoglia di foglie.

Nella gestione della vegetazione secondaria, è preferibile non eliminare i rami più giovani che possono germogliare, anche verticalmente, nella parte più esterna di un ramo secondario poiché saranno la futura chioma produttiva.


Valutazione finale ed epoca di intervento

ome potare un ramo distinguendo qulli fruttiferi, da quelli esauriti, da quelli a legno

Generalmente, una volta completate tutte queste operazioni, è bene fare un nuovo giro intorno alla pianta per comprendere se si è raggiunto l’equilibrio richiesto dalla potatura di produzione.

È bene però effettuare solo un colpo d’occhio, senza soffermarsi eccessivamente, per evitare tagli di rifinitura che potrebbero risultare inutili e antieconomici per la potatura per olive. I momenti dell’anno in cui si può intervenire sono essenzialmente due: la potatura secca da gennaio a maggio e la potatura verde in estate, a seconda di vari fattori di cui il più importante è sicuramente la condizione pedo-climatica locale.

L’olivo è un albero sempreverde pertanto non ha un vero e proprio fermo vegetativo tranne con prolungati freddi intensi, quanto una stasi con minori flussi linfatici e minore attività fotosintetica.


Rischi climatici e potatura verde

Il periodo preciso della potatura invernale dipende da vari fattori, come l’epoca in cui è finita la raccolta delle olive, il rischio di gelate e in generale dalla correlazione con le altre operazioni colturali.

Un intervento troppo precoce può favorire un riscoppio vegetativo anticipato e un potenziale disequilibrio vegeto-produttivo. In estate la tradizione vuole che la potatura sia limitata alla rimozione dei polloni o succhioni dalla pianta.

In realtà la potatura verde dell’olivo può avere molteplici funzioni: interventi cesori sulla chioma, favorendo l’illuminazione, possono accelerare la maturazione delle olive, riducendo anche il fabbisogno idrico della pianta. Interventi simili andrebbero però eseguiti con molta accortezza e attenzione, limitandoli allo stretto necessario, per evitare disequilibri.


Turnazione e strategie aziendali

UNA RIFLESSIONE: SI POTA L’OLIVO O L’OLIVETO? Il sesto d’impianto, la o le varietà presenti, il passaggio di mezzi agricoli e il metodo di raccolta sono fattori da considerare per razionalizzare le nostre scelte.

La potatura annuale permette una gestione molto ordinata dell’equilibrio vegeto-produttivo; senza interventi troppo drastici, possiamo limitarci a pochi interventi di rinnovo.

La potatura biennale è oggi la più diffusa: obbliga a una tipologia di potatura più severa, determinando un maggiore squilibrio e stress per l’olivo data la maggiore quantità di chioma asportata.

È possibile intervenire anche a cadenza poliennale, ma si tratta di una pratica rischiosa: l’intervento poliennale prevede sempre interventi cesori severi, con accentuazione dell’alternanza di produzione e il rischio che fenomeni meteo-climatici avversi compromettano l’intero ciclo economico triennale.

A cura di Luca Landini, direttore della Scuola di Olivicoltura di Pescia.

Fonti: Teatro naturale, l’arca Olearia, Accademia nazionale dell’olivo e dell’olio, Olivicoltura, di Alessandro Morettini

Note tecniche sulla potatura dell’olivo

Le operazioni di potatura “si propongono di esaltare la capacità funzionale dell’olivo ai fini di accentuarne la fruttificazione. Se si considera in qual modo l’albero si nutre, si accresce e compie le sue funzioni, ci si rende conto che si influisce in modo notevole sul rendimento modificando il numero o l’entità dei singoli rami con le operazioni cesorie, la loro disposizione nello spazio rispetto alla luce e i loro rapporti reciproci con il tronco, variando, inoltre, opportunamente, la forma della chioma.”

Oggi la potatura dell’olivo ha anche altri connotati volti a massimizzare l’efficienza e l’efficacia anche di altre operazioni colturali, ovvero la raccolta e la difesa.

I principi della potatura di produzione dell’olivo sono indipendenti dalla forma di allevamento:

1 – rispetto della forma di allevamento e dello scheletro della pianta

2 – riduzione della dimensione dei rami secondari e della massa legnosa, rispettando la forma di allevamento

3 – mantenimento dell’equilibrio vegeto-produttivo, lasciando abbastanza rami per la fruttificazione e spazio per la crescita di nuova vegetazione

4 – mantenimento di una superficie fogliare compatibile con il volume della chioma e la probabile estensione/volume radicale (equilibrio chioma-radici)

5 – disposizione dei rami secondari equilibrato lungo l’asse principale e lungo le branche principali, sia spazialmente sia per dimensione (dal più leggero/piccolo nella porzione alta della chioma fino ai più grandi/pesanti/strutturati nella porzione basale della chioma)

6 – garantire adeguata illuminazione della chioma

7 – garantire che i trattamenti di difesa fitosanitaria possano raggiungere tutte le parti della chioma

8 – garantire l’economicità e la sicurezza delle operazioni di potatura

Come potare olivo: applicare le regole

Cerchiamo dunque di declinarle nella tecnica di potatura ulivi di campo che, possibilmente, deve essere eseguita da terra con svettatoi o potatori/forbici/motoseghe elettriche montate su aste telescopiche. L’uso di tali mezzi, oggi sempre più precisi e funzionali, garantisce la sicurezza degli operatori e velocità d’intervento, limitandolo al minor numero possibile di tagli, a seconda delle dimensioni e della condizione dell’albero.

Ogni organo e struttura dell’albero ha una propria funzione, quindi deve avere una propria disposizione e angolo di inserzione sulla struttura primaria dell’olivo. Ci sono rami che sono un sink (attirano nutrienti e assimilati) e rami che sono source (sono fonte di assimilati). Tipicamente i rami più giovani sono source mentre i rami più grandi sono sink. Rami verticali sono tipicamente dei sink, rami orizzontali diventano tipicamente dei source. Le olive sono degli attrattori di risorse (nutrienti e assimilati). Questo significa che i rami fruttiferi devono avere un grado di inserzione orizzontale perché possano essere delle fonti di nutrienti delle olive. Nel caso di raccolta con scuotitori al tronco il grado di inserzione però non dovrebbe essere eccessivamente orizzontale per garantire una buona trasmissibilità della vibrazione. La punta dell’albero è un sink naturale che serve quindi ad attirare nutrienti fino alla cima perché possano essere distribuiti più uniformemente all’intera chioma. La punta dell’albero non dovrebbe terminare con una piccola cimetta assurgente  ( spesso ed erroneamente chiamata “tiralinfa” );  è invece importante è che sia rigogliosa, ovvero rivestita di molti rametti, per assolvere il ruolo di sink. 

Tagliare tutte le cime dell’olivo è dannoso.

Gli ormoni vegetali esercitano il controllo della destinazione e ripartizione degli assimilati, delle risorse idriche, minerali e nutrizionali, determinando l’entità e le modalità di crescita dei diversi organi e quindi dell’intera pianta. Le auxine, le giberelline e le citochinine svolgono un ruolo positivo nell’attivazione dei sink e di conseguenza influiscono sullo sviluppo vegetativo e riproduttivo. La potatura, riducendo il numero di meristemi (gemme apicali in accrescimento) e dei siti della sintesi ormonale, modifica il bilancio con fluttuazioni più o meno accentuate. 

A tal proposito si ricorda che numerosi piccoli tagli stimolano maggiormente la formazione di nuovi germogli rispetto a pochi grossi tagli;  l’eliminazione di rami secondari grandi stimola meno l’accrescimento vegetativo rispetto all’eliminazione di un’equivalente quantità di singoli rametti o piccole branchette.

E’ importante che i rami secondari, ovvero i rami che si inseriscono direttamente sulle branche principali o sull’asse centrale, siano disposti in maniera uniforme lungo la branca, tenendo conto della capacità strutturale dell’albero. Questo significa che è bene lasciare rami più leggeri e di dimensioni minori sulla porzione alta della chioma e via via più grandi e pesanti nella porzione basale. Rami troppo grandi sulle parti alte, tipici per esempio delle forme di allevamento acefalo, obbligano a interventi negli anni sulle branche principali che andranno a piegarsi in maniera anomala. Generalmente tali rami di grandi dimensioni vengono lasciati poiché si ritiene che possano attrarre più nutrienti verso di sé, riducendo lo sviluppo in altezza dell’albero. In realtà, quello a cui si assiste è la formazione di numerosi rami assurgenti e verticali in competizione tra loro e per gli assimilati, che andranno ridotti o eliminati, con la conseguenza di aver sprecato energie importanti per l’albero. Rami troppo grandi, inoltre, sono generalmente anche piuttosto estesi, creando ampie zone di ombreggiamento nelle parti sottostanti della chioma. E invece una delle regole della potatura di produzione è favorire l’irraggiamento luminoso e l’arieggiamento.

Quando l’illuminazione della chioma scende sotto al 10-30% della massima irradiazione luminosa processi come la fotosintesi, l’accrescimento dei germogli ma anche la crescita e inolizione dei frutti, quindi processi collegati alla produttività della pianta, vengono sensibilmente ridotti.

E’ infatti noto che alte intensità luminose promuovono la differenziazione delle gemme a fiore e con valori di intensità luminosa minori al 30% della massima disponibile l’induzione a fiore non avviene o è molto ridotta. Oltre a questo è bene ricordare che è bene che le giovani foglie, quelle che si sviluppano nell’anno della potatura, ricevano la massima insolazione per tutto il loro ciclo di sviluppo fino all’età adulta. Le foglie sviluppatesi in condizioni di scarsa intensità luminosa non sono in grado di raggiungere una capacità fotosintetica pari a quelle cresciute in condizioni di buona illuminazione.

Occorre infine ricordare che condizioni di ombreggiamento prolungato favoriscono l’instaurarsi di fungi e parassiti.

Tipicamente anche una potatura dicotomica, che prevede continue biforcazioni dei rami secondari man mano che ci si sposta verso l’alto, porta a ombreggiamento e progressiva defogliazione delle parti basali. E’ infatti bene ricordare che la vita di una foglia di olivo arriva a tre anni ma, in condizioni di scarsa illuminazione, tende a cadere alla fine del secondo anno. La potatura dicotomica avrebbe, tra i suoi scopi principali, la riduzione del vigore dei rami per favorire il contenimento delle dimensioni dell’albero e la fruttificazione. In realtà si ha solo un apparentemente contenimento della vigoria con la produzione che si sposta progressivamente verso l’alto, con la necessità, dopo qualche anno, di interventi cesori importanti per ricostituire la chioma basale dell’albero.

Nell’eseguire tutte le operazioni citate occorre ovviamente tenere in considerazione l’intensità di potatura. Considerando la chioma asportata la potatura si distingue in leggera, media e intensa, quando venga eliminato rispettivamente il 10-15%, 20% e 30% o più della vegetazione. Per stabilire la giusta intensità di potatura occorre considerare la risposta diversi fattori: la cultivar, le condizioni pedoclimatiche, la carica di frutti dell’anno precedente e osservare la reazione dell’albero alle potature precedenti. Una potatura troppo blanda non favorirà la nuova vegetazione che viceversa sarà eccessivamente favorita da una potatura severa. Con terreno molto fertile o abbondanti concimazioni è bene ridurre l’intensità di potatura e la verticalità dei rami. Se siamo in presenza di una varietà vigorosa avremo bisogno di maggior spazio a disposizione delle piante (sesto d’impianto), ed è opportuno ridurre l’intensità di potatura per non stimolare troppo l’olivo. In generale l’intensità di potatura dipende anche dalle necessità dell’albero in termini di disposizione spaziale dei rami secondari, dalla distanza dalle altre piante e per favorire una sufficiente illuminazione in proporzione ad una buona foltezza della chioma, caratteristica naturale tipica di questa specie.

Da questo punto di vista è quindi importante capire i segnali che fornisce la pianta, prima e dopo la potatura, perciò è necessario controllare la reazione delle piante post potatura, cioè in fase di fioritura. I succhioni e i polloni, ovvero rami molto vigorosi e assurgenti, sono spesso la risposta della pianta a uno squilibrio chioma-radici. Una potatura troppo severa obbliga l’olivo a reagire emettendo rami vigorosi, che possono crescere in breve tempo, ripristinando un’adeguata superficie fotosintetica. 

Regole generali di approccio all’esercizio della potatura

Quando ci si avvicina all’olivo da potare, prima di qualsiasi intervento, è bene fare un giro intorno all’albero, osservando lo scheletro, le branche principali e quelle secondarie, la loro disposizione spaziale e la loro vigoria, conformazione ed età (presenza di branchette esaurite o secche).

Una volta che ci si è fatti un’idea della conformazione dell’albero si può iniziare a intervenire su polloni e succhioni, eliminando solo quelli più vigorosi, interni alla chioma e vicini alla inserzione dei rami secondari. Questa operazione può risultare essenziale per avere un’idea degli spazi nel caso ci sia una foltezza tale da impedire una chiare visuale della pianta .

A questo punto si comincia individuando le cime delle branche principali. Esse dovrebbero avere tendenzialmente la stessa altezza rispetto al piano del terreno, simile conformazione e vigoria per non creare squilibri tra le branche principali. Questo significa che può risultare utile, in caso di dubbi, di lasciare più potenziali cime in una fase iniziale, intervenendo alla scelta finale solo una volta che i tagli principali sono stati eseguiti. Buona prassi è che la cima sia in continuità con la branca principale, senza troppe derivazioni, non sia vigorosa, sia verticale o lievemente inclinata (massimo 30 gradi) verso l’esterno della pianta.

Una volta individuata la o le cime si interviene sullo scheletro, quindi eliminando i rami secondari esauriti, quelli mal disposti, sovrapposti, asportandoli o accorciandoli se troppo esterni con tagli di ritorno. Nella scelta dei rami secondari è bene preferire quelli meglio inseriti sulla branca principale, equidistanti dagli altri e che offrono migliore potenziale produttivo. 

Quando gli interventi più importanti sono stati portati a termine si interviene sulle branchette fruttifere o terziarie, diradandoli, eliminando la vegetazione vecchia, di solito ben riconoscibile perché è la più interna o sottostante altre ed è più spoglia di foglie. E’ bene, nella gestione della vegetazione secondaria, eliminare i rami esauriti ma non quelli più giovani che possono germogliare anche verticalmente nella parte più esterna di un ramo secondario. Quindi è bene evitare di “pelare” tutti i giovani rametti assurgenti, specie se lontani dalla branca principale, poiché saranno la futura chioma produttiva una volta che l’attuale andrà in esaurimento.

Generalmente, una volta completate tutte queste operazioni, è bene fare un nuovo giro intorno alla pianta per comprendere se si è raggiunto l’equilibrio richiesto dalla potatura di produzione. E’ bene però effettuare solo un colpo d’occhio, senza soffermarsi eccessivamente, per evitare tagli di rifinitura che potrebbero risultare inutili e antieconomici per la potatura per olive.

Quando potare l’olivo? La potatura dell’olivo in inverno ed estate

I momenti dell’anno in cui si può intervenire con tagli cesori sulla pianta (olivo potatura) sono essenzialmente due: la potatura secca alla fine dell’inverno o inizio della primavera e la potatura verde in estate. La definizione di potatura secca è impropria e di derivazione frutticola, indicando il momento di fermo vegetativo della pianta (quando in frutticoltura i rami sono spogli e appaiono secchi). L’olivo è un albero sempreverde pertanto non ha un vero e proprio fermo vegetativo, quanto una stasi con minori flussi linfatici e minore attività fotosintetica e di scambi gassosi.

La potatura invernale dell’olivo è quindi il momento principe per gli interventi cesori principali. E’ in questa fase che si operano i tagli principali sullo scheletro e sulla struttura dell’albero. Ovviamente il periodo preciso dipende da vari fattori, come l’epoca in cui è finita la raccolta delle olive, il rischio di gelate e/o di false primavere e in generale dalla correlazione con le altre operazioni colturali. Irrigazioni eseguite tardivamente, per preservare i frutti, possono indurre una stasi ritardata dell’olivo, così come concimazioni azotate autunnali. Un intervento precoce, in questi casi, può favorire un riscoppio vegetativo anticipato e un potenziale disequilibrio vegeto-produttivo. Una raccolta tardiva delle olive (gennaio-febbraio) può indurre una ritardata differenziazione delle gemme a fiore e una potatura precoce, magari durante la raccolta, può favorire la fase vegetativa, incrementando l’alternanza di produzione. L’epoca di potatura dell’olivo va sempre quindi considerata in ragione della fisiologia dell’albero, dell’andamento meteo-climatico e delle operazioni colturali sull’oliveto.

In estate la tradizione vuole che la potatura sia limitata alla rimozione dei polloni o succhioni dalla pianta. In realtà la potatura verde dell’olivo può avere molteplici funzioni, oltre a ridurre eventuali squilibri vegeto-produttivi creati con la potatura invernale. Interventi cesori sulla chioma, favorendo l’illuminazione, possono accelerare la maturazione delle olive, riducendo anche il fabbisogno idrico della pianta. Interventi simili, quando possibile, andrebbero però eseguiti con molta accortezza e attenzione, limitandoli allo stretto necessario, per evitare disequilibri.

Ogni quanto un ulivo è da potare? Il turno di potatura

La tradizione vuole che l’olivo vada potato tutti gli anni. La potatura annuale permette infatti una gestione molto ordinata e precisa dell’equilibrio vegeto-produttivo dell’olivo, senza interventi troppo drastici, in particolare sulla struttura secondaria dell’albero, spesso limitandosi a tagli di rinnovo o comunque a pochi interventi. E’ la classica potatura leggera dell’olivo. Dal punto di vista operativo ed economico, se si è operato adeguatamente negli anni precedenti, la potatura annuale potrebbe essere svolta in 5-10 minuti per albero, a seconda della sua dimensione. Spesso è l’organizzazione aziendale, oltre alla cronica mancanza di manodopera a rendere impossibile la potatura annuale dell’olivo, a favore di turni più lunghi.

La potatura biennale dell’olivo è la tecnica probabilmente oggi più diffusa. Consiste nell’intervento cesorio effettuato ogni due anni. Obbliga, ovviamente, a una tipologia di potatura media o medio severa, dovendo tenere conto dello sviluppo vegetativo di due stagioni di crescita. Dal punto di vista operativo ed economico la potatura biennale potrebbe essere svolta in 10-15 minuti per albero, a seconda della sua dimensione.

E’ possibile intervenire a cadenza poliennale, ogni tre, quattro o cinque anni? Senza considerare i vincoli della Politica agricola comunitaria ma solo di tipo agronomico, la potatura poliennale è possibile, purchè rientri in una strategia aziendale, pur piuttosto rischiosa. L’intervento poliennale infatti prevede sempre interventi cesori severi, con accentuazione dell’alternanza di produzione tipica dell’olivo. In una cadenza triennale, per esempio, al primo anno dopo la potatura si delega il rigoglio vegetativo, con bassa o nulla produzione, con il secondo anno in cui si avrà una produzione modesta/media e un rigoglio vegetativo medio, e il terzo anno con rigoglio vegetativo modesto e abbondante produzione. La media produttiva triennale potrebbe essere comparabile con quella di cicli di potatura più brevi. Si tratta, tuttavia di una pratica rischiosa, poiché se nell’anno di massima carica avvengono fenomeni meteo-climatici avversi con impatto sulla produttività, l’intero ciclo di produzione triennale risulta economicamente compromesso.

 

 

Fonti: Teatro naturale, l’arca Olearia. Accademia nazionale dell’olivo e dell’olio. “Olivicoltura” di Alessandro Morettini.

Elaborazione a cura di Luca Landini, potatore, fondatore e direttore della Scuola di Olivicoltura di Pescia

Lavori in quota, la normativa

Normativa e obblighi del datore di lavoro (D.L. 81/2008)

La definizione di lavori in quota, in ogni caso, non riguarda solo i contesti sopra citati: comprende, infatti, tutte le attività lavorative che, rispetto a un piano stabile, portano il lavoratore a operare a più di 2 metri di altezza. 

La normativa di riferimento per i lavori in quota è il Titolo IV capo II del D.Lgs 81/08, che disciplina valutazione dei rischi e misure di prevenzione da attuare.

Nello specifico, l’art.111 del Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro stabilisce quali sono gli obblighi per il datore di lavoro. Egli deve scegliere le attrezzature più idonee per garantire condizioni di lavoro sicure, in conformità a due macro-criteri:

 – dare priorità alle misure di protezione collettiva rispetto a quelle individuali;
 – il tipo di attrezzatura di lavoro deve essere adatta alla natura dei lavori da eseguire, alle sollecitazioni prevedibili e ad una circolazione priva di rischi.

Egli, inoltre, è tenuto a:

– scegliere il tipo più idoneo di sistema di accesso ai posti di lavoro temporanei in quota in base a frequenza di circolazione, dislivello e alla durata dell’impiego;

– disporre l’utilizzo di una scala a pioli, sul posto di lavoro in quota, solo nel caso in cui l’uso di attrezzatture considerate più sicure non è giustificato a causa del limitato livello di rischio e della breve durata di impiego o non è compatibile con le caratteristiche del sito;

– disporre l’impiego di sistemi di accesso e posizionamento mediante funi (alle quali il lavoratore è direttamente sostenuto) e sedili di sicurezza, solo quando dalla valutazione dei rischi risulta che il lavoro può essere svolto in condizioni di sicurezza, per breve durata, e che l’impiego di attrezzature più sicure non sia compatibile con le caratteristiche del sito;

– individuare le misure atte a minimizzare i rischi per i lavoratori, in base alle attrezzature utilizzate, prevedendo, ove necessario, l’installazione di dispositivi di protezione contro le cadute;

– nel caso in cui l’esecuzione di un lavoro richieda l’eliminazione temporanea di un dispositivo di protezione collettiva contro le cadute, segnalare la temporanea eliminazione del dispositivo stesso ed adottare misure di sicurezza equivalenti ed efficaci;

– effettuare lavori temporanei in quota solo se le condizioni meteorologiche non mettono in pericolo la sicurezza e la salute dei lavoratori;

– vietare l’assunzione e somministrazione di bevande alcoliche e superalcoliche ai lavoratori addetti ai lavori in quota;

– garantire che le opere provvisionali siano allestite con buon materiale e a regola d’arte, efficienti, proporzionate e idonee allo scopo, e provvedere alla loro verifica secondo l’Allegato XIX prima del loro reimpiego.

Ecco perché comunque è importante non svolgere lavori in quota da soli ma con la presenza e il supporto di altri colleghi.

Formazione per i lavori in quota

L’aspetto legato alla formazione dei lavoratori in quota è fondamentale non solo per una valutazione efficace dei rischi ma anche per essere in grado di adottare le misure di protezione necessarie.

Un elemento da tenere in dovuta considerazione è che, per le tipologie di attività che riguardano i lavori in quota, è richiesto il corretto utilizzo dei DPI di terza categoria (per i quali formazione e addestramento sono obbligatori).

Come stabilito anche all’art.115, infatti, i lavoratori in quota sono tenuti a utilizzare Dispositivi di Protezione Individuale nei casi in cui non siano state attuate misure di protezione collettiva. Si tratta, ad esempio, di:

 – assorbitori di energia;
 – connettori;
 – dispositivi di ancoraggio;
 – cordini;
 – dispositivi retrattili;
 – guide o linee vita flessibili;
 – guide o linee vita rigide;
 – imbracature.

Il corso di formazione per lavoratori in quota, della durata di 8 ore, oltre ad affrontare il corretto utilizzo dei DPI (sia a livello di funzionamento teorico che pratico), è uno strumento efficace per le aziende che prevedono questo tipo di attività e che possono formare i propri dipendenti in ambiti quali:

 – normativa di riferimento (D.Lgs. 81/08)
 – direttive europee in materia di DPI e marcature CE
 – utilizzo di attrezzature e dispositivi
 – valutazione dei rischi
 – fattori di caduta
 – obblighi del datore di lavoro e dei lavoratori

 

Decreto legislativo n° 81, 9 aprile 2008, art. 113

 

  1. Le scale fisse a gradini, destinate al normale accesso agli ambienti di lavoro, devono essere costruite e mantenute in modo da resistere ai carichi massimi derivanti da affollamento per situazioni di emergenza. I gradini devono avere pedata e alzata dimensionate a regola d’arte e larghezza adeguata alle esigenze del transito. Dette scale ed i relativi pianerottoli devono essere provvisti, sui lati aperti, di parapetto normale o di altra difesa equivalente. Le rampe delimitate da due pareti devono essere munite di almeno un corrimano.
  2. Le scale a pioli di altezza superiore a m 5, fissate su pareti o incastellature verticali o aventi una inclinazione superiore a 75 gradi, devono essere provviste, a partire da m 2,50 dal pavimento o dai ripiani, di una solida gabbia metallica di protezione avente maglie o aperture di ampiezza tale da impedire la caduta accidentale della persona verso l’esterno. La parete della gabbia opposta al piano dei pioli non deve distare da questi più di cm 60. I pioli devono distare almeno 15 centimetri dalla parete alla quale sono applicati o alla quale la scala è fissata. Quando l’applicazione della gabbia alle scale costituisca intralcio all’esercizio o presenti notevoli difficoltà costruttive, devono essere adottate, in luogo della gabbia, altre misure di sicurezza atte ad evitare la caduta delle persone per un tratto superiore ad un metro.
  3. Le scale semplici portatili (a mano) devono essere costruite con materiale adatto alle condizioni di impiego, devono essere sufficientemente resistenti nell’insieme e nei singoli elementi e devono avere dimensioni appropriate al loro uso. Dette scale, se di legno, devono avere i pioli fissati ai montanti mediante incastro. I pioli devono essere privi di nodi. Tali pioli devono essere trattenuti con tiranti in ferro applicati sotto i due pioli estremi; nelle scale lunghe più di 4 metri deve essere applicato anche un tirante intermedio. E’ vietato l’uso di scale che presentino listelli di legno chiodati sui montanti al posto dei pioli rotti. Esse devono inoltre essere provviste di:
  4. a) dispositivi antisdrucciolevoli alle estremità inferiori dei due montanti;
  5. b) ganci di trattenuta o appoggi antisdrucciolevoli alle estremità superiori, quando sia necessario per assicurare la stabilità della scala.
  6. Per le scale provviste alle estremità superiori di dispositivi di trattenuta, anche scorrevoli su guide, non sono richieste le misure di sicurezza indicate nelle lettere a) e b) del comma 3. Le scale a mano usate per l’accesso ai vari piani dei ponteggi e delle impalcature non devono essere poste l’una in prosecuzione dell’altra. Le scale che servono a collegare stabilmente due ponti, quando sono sistemate verso la parte esterna del ponte, devono essere provviste sul lato esterno di un corrimano parapetto.
  7. Quando l’uso delle scale, per la loro altezza o per altre cause, comporti pericolo di sbandamento, esse devono essere adeguatamente assicurate o trattenute al piede da altra persona.
  8. Il datore di lavoro assicura che le scale a pioli siano sistemate in modo da garantire la loro stabilità durante l’impiego e secondo i seguenti criteri:
  9. a) le scale a pioli portatili devono poggiare su un supporto stabile, resistente, di dimensioni adeguate e immobile, in modo da garantire la posizione orizzontale dei pioli;
  10. b) le scale a pioli sospese devono essere agganciate in modo sicuro e, ad eccezione delle scale a funi, in maniera tale da evitare spostamenti e qualsiasi movimento di oscillazione;
  11. c) lo scivolamento del piede delle scale a pioli portatili, durante il loro uso, deve essere impedito con fissaggio della parte superiore o inferiore dei montanti, o con qualsiasi dispositivo antiscivolo, o ricorrendo a qualsiasi altra soluzione di efficacia equivalente;
  12. d) le scale a pioli usate per l’accesso devono essere tali da sporgere a sufficienza oltre il livello di accesso, a meno che altri dispositivi garantiscono una presa sicura;
  13. e) le scale a pioli composte da più elementi innestabili o a sfilo devono essere utilizzate in modo da assicurare il fermo reciproco dei vari elementi;
  14. f) le scale a pioli mobili devono essere fissate stabilmente prima di accedervi.
  15. Il datore di lavoro assicura che le scale a pioli siano utilizzate in modo da consentire ai lavoratori di disporre in qualsiasi momento di un appoggio e di una presa sicuri. In particolare il trasporto a mano di pesi su una scala a pioli non deve precludere una presa sicura.
  16. Per l’uso delle scale portatili composte di due o più elementi innestati (tipo all’italiana o simili), oltre quanto prescritto nel comma 3, si devono osservare le seguenti disposizioni:
  17. a) la lunghezza della scala in opera non deve superare i 15 metri, salvo particolari esigenze, nel qual caso le estremità superiori dei montanti devono essere assicurate a parti fisse;
  18. b) le scale in opera lunghe più di 8 metri devono essere munite di rompitratta per ridurre la freccia di inflessione;
  19. c) nessun lavoratore deve trovarsi sulla scala quando se ne effettua lo spostamento laterale;
  20. d) durante l’esecuzione dei lavori, una persona deve esercitare da terra una continua vigilanza della scala.
  21. Le scale doppie non devono superare l’altezza di m 5 e devono essere provviste di catena di adeguata resistenza o di altro dispositivo che impedisca l’apertura della scala oltre il limite prestabilito di sicurezza.
  22. E’ ammessa la deroga alle disposizioni di carattere costruttivo di cui ai commi 3, 8 e 9 per le scale portatili conformi all’allegato XX.

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Bignami della potatura di fruttificazione dell’olivo

L’obiettivo della potatura è quello di ottenere abbondanti produzioni in proporzione alle dimensioni dell’olivo, rinnovare la superficie fruttificante, mantenere la struttura scheletrica secondo la forma di allevamento impostata, consentire la penetrazione della luce in tutta la chioma e contenerne le dimensioni.

I rami produttivi.

Il tipico ramo a frutto dell’olivo comprende una parte terminale vegetativa sviluppatasi nella stagione corrente e una parte più vecchia, sul legno di un anno, dove avvengono la fioritura e la fruttificazione. Dato che nell’olivo l’allegagione è bassa, intorno al 3%, la produzione di frutti per ciascun ramo è direttamente proporzionale al numero di infiorescenze presenti; tanto maggiore è il numero di nodi nella parte terminale del ramo a frutto, tante più infiorescenze si ottengono nell’anno successivo.

La crescita vegetativa nella parte distale dei rami fruttiferi produce i nodi necessari per la fioritura dell’anno successivo. Quindi, per ciascun ramo a frutto, le risorse devono essere distribuite  sia per la produzione dell’anno in corso che per la crescita vegetativa della parte distale, necessaria per la produzione nell’anno successivo.

Consideriamo che una branca fruttifera sviluppa la sua massima produttività al terzo anno, poi rallenta la sua crescita e si esaurisce. I rami a frutto devono essere quindi rinnovati con la potatura. Un segno dell’esaurimento dei rami a frutto è quando vediamo un gruppetto di foglie all’apice di una lunga porzione di legno nudo.

Penetrazione della luce

La luce è il fattore che guida la fotosintesi, per produrre carboidrati le foglie hanno bisogno di luce. I tagli devono essere orientati a alleggerire la parte superiore della chioma consentendo una buona penetrazione della luce nella porzione basale.

Le parti alte della chioma ricevono maggiori quantità di luce rispetto a quelle inferiori, con la potatura dobbiamo far penetrare la luca anche nelle zone meno illuminate. Essa proviene maggiormente dall’alto e dalla parte del sole, quindi chiome mantenute nella parte alta molto folte e per più anni determinano un impoverimento nutrizionale della parte basale; questo è il motivo per cui spesso troviamo olivi spogli o privi di vegetazione nella parte bassa della chioma. Si deve quindi potare per alleggerire la vegetazione in alto in modo da favorire la penetrazione della radiazione luminosa in tutte le zone della chioma. Le branche fruttifere in esaurimento dovranno essere potate, in tutto o in parte a seconda del loro vigore, tenendo anche conto della loro posizione rispetto alle altre e naturalmente dell’illuminazione. Ciò non significa lasciare ampi spazi vuoti: l’olivo è una pianta ad andamento cespuglioso, quindi la vegetazione fitta è una sua caratteristica e va mantenuta. Bisogna potare l’olivo quanto basta per rinnovare le branche fruttifere esaurite e per fargli ricevere la maggior quantità di luce possibile.