Oltre il taglio: guida alla potatura fisiologica dell’olivo

Finalità della potatura

Le operazioni di potatura si propongono di esaltare le capacità funzionali dell’olivo ai fini di migliorare la fruttificazione e più in generale favorire una gestione dell’oliveto razionale ed efficiente.

Se si considera come l’albero si nutre, cresce e compie le sue funzioni, ci si rende conto che le operazioni di taglio influiscono notevolmente sulla salute della pianta e sulla fruttificazione. Si modifica il numero o la dimensione dei singoli rami, si sceglie la loro disposizione nello spazio e si orienta la chioma rispetto alla provenienza della luce.

Oggi la potatura dell’olivo ha anche altri connotati volti a massimizzare l’efficienza e l’efficacia delle altre operazioni colturali, ovvero la raccolta e la difesa. Con la potatura regoliamo anche lo scheletro della pianta, ossia i rapporti dei rami con il tronco e la forma complessiva della chioma.


Principi universali della potatura di produzione

La maggior parte dei principi della potatura di produzione dell’olivo sono indipendenti dalla forma di allevamento:

  1. riduzione della dimensione dei rami secondari e della massa legnosa in generale;
  2. mantenimento dell’equilibrio vegeto-produttivo, lasciando abbastanza rami per la fruttificazione dell’anno in corso e la previsione dello spazio necessario alla crescita di nuova vegetazione;
  3. mantenimento di un volume della chioma proporzionato alla probabile estensione radicale (equilibrio chioma-radici);
  4. ordine nella disposizione dei rami secondari lungo le branche primarie, sia spazialmente sia per dimensione, più leggero/piccolo nella porzione alta della chioma, più grandi/strutturati nella porzione basale della chioma;
  5. garantire adeguata illuminazione di tutta la chioma;
  6. garantire che i trattamenti di difesa fitosanitaria possano raggiungere tutte le parti della chioma;
  7. favorire la semplificazione e la velocità delle operazioni di raccolta.

Tecnica e strumenti d’intervento

Cerchiamo dunque di declinarle nella tecnica di potatura ulivi di campo che, possibilmente, deve essere eseguita da terra con svettatoi o potatori/forbici/motoseghe elettriche montate su aste telescopiche. L’uso di tali mezzi, oggi sempre più precisi e funzionali, garantisce la sicurezza degli operatori e velocità d’intervento, limitandolo al minor numero possibile di tagli, a seconda delle dimensioni e della condizione dell’albero.


Fisiologia dei rami: Sink e Source

ogni ramo dell'olivo ha una sua struttura e funzione che deve essere rispettata.

Ogni organo e struttura dell’albero ha una propria funzione, quindi deve avere una propria disposizione e angolo di inserzione sulla struttura primaria dell’olivo.

Ci sono rami che sono un sink (attirano nutrienti e assimilati) e rami che sono source (sono fonte di assimilati). Tipicamente i rami più giovani sono source mentre i rami più grandi sono sink. Rami verticali sono tipicamente dei sink, rami orizzontali diventano tipicamente dei source. Le olive sono degli attrattori di risorse (nutrienti e assimilati).

Questo significa che i rami fruttiferi devono avere un grado di inserzione orizzontale perché possano essere delle fonti di nutrienti delle olive. Nel caso di raccolta con scuotitori al tronco il grado di inserzione però non dovrebbe essere eccessivamente orizzontale per garantire una buona trasmissibilità della vibrazione.


Il ruolo della punta dell’albero

La punta dell’albero è un sink naturale che serve quindi ad attirare nutrienti fino alla cima perché possano essere distribuiti più uniformemente all’intera chioma. La punta dell’albero non dovrebbe terminare con una piccola cimetta assurgente (spesso ed erroneamente chiamata “tiralinfa”); è invece importante è che sia rigogliosa, ovvero rivestita di molti rametti, per assolvere il ruolo di sink. Tagliare tutte le cime dell’olivo è quindi controproducente.


Controllo ormonale e risposta ai tagli

Gli ormoni vegetali esercitano il controllo della destinazione e ripartizione degli assimilati, delle risorse idriche, minerali e nutrizionali, determinando l’entità e le modalità di crescita dei diversi organi e quindi dell’intera pianta. Le auxine, le giberelline e le citochinine svolgono un ruolo positivo nell’attivazione dei sink e di conseguenza influiscono sullo sviluppo vegetativo e riproduttivo.

La potatura, riducendo il numero di meristemi (gemme apicali in accrescimento) e dei siti della sintesi ormonale, modifica il bilancio ormonale con fluttuazioni più o meno accentuate. A tal proposito si ricorda che numerosi piccoli tagli stimolano maggiormente la formazione di nuovi germogli rispetto a pochi grossi tagli; l’eliminazione di rami secondari grandi stimola meno l’accrescimento vegetativo rispetto all’eliminazione di un’equivalente quantità di singoli rametti o piccole branchette. Una regola da ricordare per decidere il grado di stimolazione voluto!


Distribuzione della vegetazione e luce

È importante che i rami secondari, ovvero i rami che si inseriscono direttamente sulle branche principali o sull’asse centrale, siano disposti in maniera uniforme lungo la branca, tenendo conto della capacità strutturale dell’albero. Questo significa che è bene lasciare rami più leggeri e di dimensioni minori sulla porzione alta della chioma e via via più grandi e pesanti nella porzione basale (basitonia dell’olivo).

Rami troppo grandi sulle parti alte, tipici per esempio delle forme di allevamento acefalo, obbligano a interventi negli anni sulle branche principali che andranno a piegarsi in maniera anomala. Generalmente tali rami di grandi dimensioni vengono lasciati poiché si ritiene che possano attrarre più nutrienti verso di sé, riducendo lo sviluppo in altezza dell’albero. In realtà, quello a cui si assiste è la formazione di numerosi rami assurgenti e verticali (succhioni), in competizione tra loro e per gli assimilati, che andranno ridotti o eliminati.


Fotosintesi e parassiti

Quando l’illuminazione della chioma scende al di sotto del 10-30% rispetto alla massima irradiazione luminosa la fotosintesi, l’accrescimento dei germogli, la crescita e l’inolizione dei frutti vengono sensibilmente ridotti.

È infatti noto che alte intensità luminose promuovono la differenziazione delle gemme a fiore e con valori di intensità luminosa minori al 30% della massima disponibile l’induzione a fiore non avviene o è molto ridotta. Oltre a questo è bene che le giovani foglie, quelle che si sviluppano nell’anno della potatura, ricevano la massima insolazione per tutto il loro ciclo di sviluppo fino all’età adulta.

Le foglie sviluppatesi in condizioni di scarsa intensità luminosa non sono in grado di raggiungere una capacità fotosintetica pari a quelle cresciute in condizioni di buona illuminazione. Inoltre le condizioni di ombreggiamento prolungato favoriscono l’instaurarsi di funghi e parassiti.


Limiti della potatura dicotomica

defogliamento e ombreggiamento della parte basale dell'olivo

Tipicamente la forma di allevamento dicotomica, che prevede continue biforcazioni dei rami secondari man mano che ci si sposta verso l’alto, senza una elevato grado di manutenzione alla lunga causano ombreggiamento e progressiva defogliazione delle parti basali.

È infatti bene ricordare che la vita di una foglia di olivo arriva a tre anni ma, in condizioni di scarsa illuminazione, tende a cadere alla fine del secondo anno. La potatura dicotomica avrebbe, tra i suoi scopi principali, la riduzione del vigore dei rami per favorire il contenimento delle dimensioni dell’albero e la fruttificazione.

In realtà si ha solo un apparentemente contenimento della vigoria con la produzione che si sposta progressivamente verso l’alto e con la necessità, dopo qualche anno, di interventi cesori importanti per ricostituire la chioma basale dell’albero.


Intensità di potatura e reazione della pianta

Nell’eseguire tutte le operazioni citate occorre ovviamente tenere in considerazione l’intensità di potatura. Consideriamo la quantità di chioma asportata con la potatura: si distingue in leggera col il 10-15%, media col 20/25% e intensa superiore al 30%. Per stabilire la giusta intensità di potatura occorre considerare diversi fattori: la cultivar, le condizioni pedoclimatiche, la carica di frutti dell’anno precedente e aver osservato la reazione degli olivi alle potature precedenti.

Una potatura troppo blanda non favorirà la nuova vegetazione che viceversa sarà eccessivamente favorita da una potatura severa. Con terreno molto fertile o abbondanti concimazioni è bene ridurre l’intensità di potatura e la verticalità dei rami. Se siamo in presenza di una varietà vigorosa e condizioni di crescita favorevoli avremo bisogno di maggior spazio a disposizione delle piante (sesto d’impianto largo).


Gestione di succhioni e polloni

Da questo punto di vista è quindi importante capire i segnali che fornisce la pianta, prima e dopo la potatura, perciò è necessario controllare la reazione delle piante post potatura, cioè in fase di fioritura e allegagione.

I succhioni e i polloni, ovvero rami molto vigorosi e assurgenti, sono spesso la risposta della pianta a uno squilibrio chioma-radici e quindi vegeto-produttivo. Una potatura troppo severa obbliga l’olivo a reagire emettendo rami vigorosi, che possono crescere in breve tempo, consentendo all’olivo il ripristino veloce di un’adeguata superficie fotosintetica.

Effettuare ad agosto settembre il taglio dei succhioni più grandi e dei polloni alla ceppa riduce lo stress da potatura per la pianta e consente in inverno e primavera di potare meno intensamente con lo stesso effetto benefico.


Regole generali per l’esecuzione dei tagli

Quando ci si avvicina all’olivo da potare, prima di qualsiasi intervento, è bene fare un giro intorno all’albero, osservando lo scheletro, le branche principali e quelle secondarie, la loro disposizione spaziale e la loro vigoria, conformazione ed età.

Una volta che ci si è fatti un’idea della conformazione dell’albero si può iniziare a intervenire su polloni e succhioni, eliminando solo quelli molto vigorosi, interni alla chioma e quelli sui rami secondari più vicini alla inserzione con le branche primarie. Questa operazione può risultare essenziale per avere un’idea degli spazi nel caso ci sia una foltezza tale da impedire una chiara visuale della chioma.

A questo punto si comincia individuando le cime delle branche principali, che dovrebbero avere tendenzialmente la stessa altezza rispetto al piano del terreno.


Gestione dello scheletro e della produzione

Una volta individuata la o le cime si interviene sullo scheletro, quindi eliminando i rami secondari esauriti, quelli mal disposti, sovrapposti, asportandoli o accorciandoli se troppo esterni rispetto al gradiente conico della branca, preferibilmente con tagli di ritorno.

Nella scelta dei rami secondari è bene preferire quelli meglio inseriti sulla branca principale, equidistanti dagli altri e che offrono migliore potenziale produttivo. Solo quando gli interventi più importanti sono stati portati a termine si può intervenire sulle brancheette fruttifere o terziarie, diradandole, eliminando la vegetazione vecchia, di solito ben riconoscibile perché è la più spoglia di foglie.

Nella gestione della vegetazione secondaria, è preferibile non eliminare i rami più giovani che possono germogliare, anche verticalmente, nella parte più esterna di un ramo secondario poiché saranno la futura chioma produttiva.


Valutazione finale ed epoca di intervento

ome potare un ramo distinguendo qulli fruttiferi, da quelli esauriti, da quelli a legno

Generalmente, una volta completate tutte queste operazioni, è bene fare un nuovo giro intorno alla pianta per comprendere se si è raggiunto l’equilibrio richiesto dalla potatura di produzione.

È bene però effettuare solo un colpo d’occhio, senza soffermarsi eccessivamente, per evitare tagli di rifinitura che potrebbero risultare inutili e antieconomici per la potatura per olive. I momenti dell’anno in cui si può intervenire sono essenzialmente due: la potatura secca da gennaio a maggio e la potatura verde in estate, a seconda di vari fattori di cui il più importante è sicuramente la condizione pedo-climatica locale.

L’olivo è un albero sempreverde pertanto non ha un vero e proprio fermo vegetativo tranne con prolungati freddi intensi, quanto una stasi con minori flussi linfatici e minore attività fotosintetica.


Rischi climatici e potatura verde

Il periodo preciso della potatura invernale dipende da vari fattori, come l’epoca in cui è finita la raccolta delle olive, il rischio di gelate e in generale dalla correlazione con le altre operazioni colturali.

Un intervento troppo precoce può favorire un riscoppio vegetativo anticipato e un potenziale disequilibrio vegeto-produttivo. In estate la tradizione vuole che la potatura sia limitata alla rimozione dei polloni o succhioni dalla pianta.

In realtà la potatura verde dell’olivo può avere molteplici funzioni: interventi cesori sulla chioma, favorendo l’illuminazione, possono accelerare la maturazione delle olive, riducendo anche il fabbisogno idrico della pianta. Interventi simili andrebbero però eseguiti con molta accortezza e attenzione, limitandoli allo stretto necessario, per evitare disequilibri.


Turnazione e strategie aziendali

UNA RIFLESSIONE: SI POTA L’OLIVO O L’OLIVETO? Il sesto d’impianto, la o le varietà presenti, il passaggio di mezzi agricoli e il metodo di raccolta sono fattori da considerare per razionalizzare le nostre scelte.

La potatura annuale permette una gestione molto ordinata dell’equilibrio vegeto-produttivo; senza interventi troppo drastici, possiamo limitarci a pochi interventi di rinnovo.

La potatura biennale è oggi la più diffusa: obbliga a una tipologia di potatura più severa, determinando un maggiore squilibrio e stress per l’olivo data la maggiore quantità di chioma asportata.

È possibile intervenire anche a cadenza poliennale, ma si tratta di una pratica rischiosa: l’intervento poliennale prevede sempre interventi cesori severi, con accentuazione dell’alternanza di produzione e il rischio che fenomeni meteo-climatici avversi compromettano l’intero ciclo economico triennale.

A cura di Luca Landini, direttore della Scuola di Olivicoltura di Pescia.

Fonti: Teatro naturale, l’arca Olearia, Accademia nazionale dell’olivo e dell’olio, Olivicoltura, di Alessandro Morettini

Note tecniche sulla potatura dell’olivo

Le operazioni di potatura “si propongono di esaltare la capacità funzionale dell’olivo ai fini di accentuarne la fruttificazione. Se si considera in qual modo l’albero si nutre, si accresce e compie le sue funzioni, ci si rende conto che si influisce in modo notevole sul rendimento modificando il numero o l’entità dei singoli rami con le operazioni cesorie, la loro disposizione nello spazio rispetto alla luce e i loro rapporti reciproci con il tronco, variando, inoltre, opportunamente, la forma della chioma.”

Oggi la potatura dell’olivo ha anche altri connotati volti a massimizzare l’efficienza e l’efficacia anche di altre operazioni colturali, ovvero la raccolta e la difesa.

I principi della potatura di produzione dell’olivo sono indipendenti dalla forma di allevamento:

1 – rispetto della forma di allevamento e dello scheletro della pianta

2 – riduzione della dimensione dei rami secondari e della massa legnosa, rispettando la forma di allevamento

3 – mantenimento dell’equilibrio vegeto-produttivo, lasciando abbastanza rami per la fruttificazione e spazio per la crescita di nuova vegetazione

4 – mantenimento di una superficie fogliare compatibile con il volume della chioma e la probabile estensione/volume radicale (equilibrio chioma-radici)

5 – disposizione dei rami secondari equilibrato lungo l’asse principale e lungo le branche principali, sia spazialmente sia per dimensione (dal più leggero/piccolo nella porzione alta della chioma fino ai più grandi/pesanti/strutturati nella porzione basale della chioma)

6 – garantire adeguata illuminazione della chioma

7 – garantire che i trattamenti di difesa fitosanitaria possano raggiungere tutte le parti della chioma

8 – garantire l’economicità e la sicurezza delle operazioni di potatura

Come potare olivo: applicare le regole

Cerchiamo dunque di declinarle nella tecnica di potatura ulivi di campo che, possibilmente, deve essere eseguita da terra con svettatoi o potatori/forbici/motoseghe elettriche montate su aste telescopiche. L’uso di tali mezzi, oggi sempre più precisi e funzionali, garantisce la sicurezza degli operatori e velocità d’intervento, limitandolo al minor numero possibile di tagli, a seconda delle dimensioni e della condizione dell’albero.

Ogni organo e struttura dell’albero ha una propria funzione, quindi deve avere una propria disposizione e angolo di inserzione sulla struttura primaria dell’olivo. Ci sono rami che sono un sink (attirano nutrienti e assimilati) e rami che sono source (sono fonte di assimilati). Tipicamente i rami più giovani sono source mentre i rami più grandi sono sink. Rami verticali sono tipicamente dei sink, rami orizzontali diventano tipicamente dei source. Le olive sono degli attrattori di risorse (nutrienti e assimilati). Questo significa che i rami fruttiferi devono avere un grado di inserzione orizzontale perché possano essere delle fonti di nutrienti delle olive. Nel caso di raccolta con scuotitori al tronco il grado di inserzione però non dovrebbe essere eccessivamente orizzontale per garantire una buona trasmissibilità della vibrazione. La punta dell’albero è un sink naturale che serve quindi ad attirare nutrienti fino alla cima perché possano essere distribuiti più uniformemente all’intera chioma. La punta dell’albero non dovrebbe terminare con una piccola cimetta assurgente  ( spesso ed erroneamente chiamata “tiralinfa” );  è invece importante è che sia rigogliosa, ovvero rivestita di molti rametti, per assolvere il ruolo di sink. 

Tagliare tutte le cime dell’olivo è dannoso.

Gli ormoni vegetali esercitano il controllo della destinazione e ripartizione degli assimilati, delle risorse idriche, minerali e nutrizionali, determinando l’entità e le modalità di crescita dei diversi organi e quindi dell’intera pianta. Le auxine, le giberelline e le citochinine svolgono un ruolo positivo nell’attivazione dei sink e di conseguenza influiscono sullo sviluppo vegetativo e riproduttivo. La potatura, riducendo il numero di meristemi (gemme apicali in accrescimento) e dei siti della sintesi ormonale, modifica il bilancio con fluttuazioni più o meno accentuate. 

A tal proposito si ricorda che numerosi piccoli tagli stimolano maggiormente la formazione di nuovi germogli rispetto a pochi grossi tagli;  l’eliminazione di rami secondari grandi stimola meno l’accrescimento vegetativo rispetto all’eliminazione di un’equivalente quantità di singoli rametti o piccole branchette.

E’ importante che i rami secondari, ovvero i rami che si inseriscono direttamente sulle branche principali o sull’asse centrale, siano disposti in maniera uniforme lungo la branca, tenendo conto della capacità strutturale dell’albero. Questo significa che è bene lasciare rami più leggeri e di dimensioni minori sulla porzione alta della chioma e via via più grandi e pesanti nella porzione basale. Rami troppo grandi sulle parti alte, tipici per esempio delle forme di allevamento acefalo, obbligano a interventi negli anni sulle branche principali che andranno a piegarsi in maniera anomala. Generalmente tali rami di grandi dimensioni vengono lasciati poiché si ritiene che possano attrarre più nutrienti verso di sé, riducendo lo sviluppo in altezza dell’albero. In realtà, quello a cui si assiste è la formazione di numerosi rami assurgenti e verticali in competizione tra loro e per gli assimilati, che andranno ridotti o eliminati, con la conseguenza di aver sprecato energie importanti per l’albero. Rami troppo grandi, inoltre, sono generalmente anche piuttosto estesi, creando ampie zone di ombreggiamento nelle parti sottostanti della chioma. E invece una delle regole della potatura di produzione è favorire l’irraggiamento luminoso e l’arieggiamento.

Quando l’illuminazione della chioma scende sotto al 10-30% della massima irradiazione luminosa processi come la fotosintesi, l’accrescimento dei germogli ma anche la crescita e inolizione dei frutti, quindi processi collegati alla produttività della pianta, vengono sensibilmente ridotti.

E’ infatti noto che alte intensità luminose promuovono la differenziazione delle gemme a fiore e con valori di intensità luminosa minori al 30% della massima disponibile l’induzione a fiore non avviene o è molto ridotta. Oltre a questo è bene ricordare che è bene che le giovani foglie, quelle che si sviluppano nell’anno della potatura, ricevano la massima insolazione per tutto il loro ciclo di sviluppo fino all’età adulta. Le foglie sviluppatesi in condizioni di scarsa intensità luminosa non sono in grado di raggiungere una capacità fotosintetica pari a quelle cresciute in condizioni di buona illuminazione.

Occorre infine ricordare che condizioni di ombreggiamento prolungato favoriscono l’instaurarsi di fungi e parassiti.

Tipicamente anche una potatura dicotomica, che prevede continue biforcazioni dei rami secondari man mano che ci si sposta verso l’alto, porta a ombreggiamento e progressiva defogliazione delle parti basali. E’ infatti bene ricordare che la vita di una foglia di olivo arriva a tre anni ma, in condizioni di scarsa illuminazione, tende a cadere alla fine del secondo anno. La potatura dicotomica avrebbe, tra i suoi scopi principali, la riduzione del vigore dei rami per favorire il contenimento delle dimensioni dell’albero e la fruttificazione. In realtà si ha solo un apparentemente contenimento della vigoria con la produzione che si sposta progressivamente verso l’alto, con la necessità, dopo qualche anno, di interventi cesori importanti per ricostituire la chioma basale dell’albero.

Nell’eseguire tutte le operazioni citate occorre ovviamente tenere in considerazione l’intensità di potatura. Considerando la chioma asportata la potatura si distingue in leggera, media e intensa, quando venga eliminato rispettivamente il 10-15%, 20% e 30% o più della vegetazione. Per stabilire la giusta intensità di potatura occorre considerare la risposta diversi fattori: la cultivar, le condizioni pedoclimatiche, la carica di frutti dell’anno precedente e osservare la reazione dell’albero alle potature precedenti. Una potatura troppo blanda non favorirà la nuova vegetazione che viceversa sarà eccessivamente favorita da una potatura severa. Con terreno molto fertile o abbondanti concimazioni è bene ridurre l’intensità di potatura e la verticalità dei rami. Se siamo in presenza di una varietà vigorosa avremo bisogno di maggior spazio a disposizione delle piante (sesto d’impianto), ed è opportuno ridurre l’intensità di potatura per non stimolare troppo l’olivo. In generale l’intensità di potatura dipende anche dalle necessità dell’albero in termini di disposizione spaziale dei rami secondari, dalla distanza dalle altre piante e per favorire una sufficiente illuminazione in proporzione ad una buona foltezza della chioma, caratteristica naturale tipica di questa specie.

Da questo punto di vista è quindi importante capire i segnali che fornisce la pianta, prima e dopo la potatura, perciò è necessario controllare la reazione delle piante post potatura, cioè in fase di fioritura. I succhioni e i polloni, ovvero rami molto vigorosi e assurgenti, sono spesso la risposta della pianta a uno squilibrio chioma-radici. Una potatura troppo severa obbliga l’olivo a reagire emettendo rami vigorosi, che possono crescere in breve tempo, ripristinando un’adeguata superficie fotosintetica. 

Regole generali di approccio all’esercizio della potatura

Quando ci si avvicina all’olivo da potare, prima di qualsiasi intervento, è bene fare un giro intorno all’albero, osservando lo scheletro, le branche principali e quelle secondarie, la loro disposizione spaziale e la loro vigoria, conformazione ed età (presenza di branchette esaurite o secche).

Una volta che ci si è fatti un’idea della conformazione dell’albero si può iniziare a intervenire su polloni e succhioni, eliminando solo quelli più vigorosi, interni alla chioma e vicini alla inserzione dei rami secondari. Questa operazione può risultare essenziale per avere un’idea degli spazi nel caso ci sia una foltezza tale da impedire una chiare visuale della pianta .

A questo punto si comincia individuando le cime delle branche principali. Esse dovrebbero avere tendenzialmente la stessa altezza rispetto al piano del terreno, simile conformazione e vigoria per non creare squilibri tra le branche principali. Questo significa che può risultare utile, in caso di dubbi, di lasciare più potenziali cime in una fase iniziale, intervenendo alla scelta finale solo una volta che i tagli principali sono stati eseguiti. Buona prassi è che la cima sia in continuità con la branca principale, senza troppe derivazioni, non sia vigorosa, sia verticale o lievemente inclinata (massimo 30 gradi) verso l’esterno della pianta.

Una volta individuata la o le cime si interviene sullo scheletro, quindi eliminando i rami secondari esauriti, quelli mal disposti, sovrapposti, asportandoli o accorciandoli se troppo esterni con tagli di ritorno. Nella scelta dei rami secondari è bene preferire quelli meglio inseriti sulla branca principale, equidistanti dagli altri e che offrono migliore potenziale produttivo. 

Quando gli interventi più importanti sono stati portati a termine si interviene sulle branchette fruttifere o terziarie, diradandoli, eliminando la vegetazione vecchia, di solito ben riconoscibile perché è la più interna o sottostante altre ed è più spoglia di foglie. E’ bene, nella gestione della vegetazione secondaria, eliminare i rami esauriti ma non quelli più giovani che possono germogliare anche verticalmente nella parte più esterna di un ramo secondario. Quindi è bene evitare di “pelare” tutti i giovani rametti assurgenti, specie se lontani dalla branca principale, poiché saranno la futura chioma produttiva una volta che l’attuale andrà in esaurimento.

Generalmente, una volta completate tutte queste operazioni, è bene fare un nuovo giro intorno alla pianta per comprendere se si è raggiunto l’equilibrio richiesto dalla potatura di produzione. E’ bene però effettuare solo un colpo d’occhio, senza soffermarsi eccessivamente, per evitare tagli di rifinitura che potrebbero risultare inutili e antieconomici per la potatura per olive.

Quando potare l’olivo? La potatura dell’olivo in inverno ed estate

I momenti dell’anno in cui si può intervenire con tagli cesori sulla pianta (olivo potatura) sono essenzialmente due: la potatura secca alla fine dell’inverno o inizio della primavera e la potatura verde in estate. La definizione di potatura secca è impropria e di derivazione frutticola, indicando il momento di fermo vegetativo della pianta (quando in frutticoltura i rami sono spogli e appaiono secchi). L’olivo è un albero sempreverde pertanto non ha un vero e proprio fermo vegetativo, quanto una stasi con minori flussi linfatici e minore attività fotosintetica e di scambi gassosi.

La potatura invernale dell’olivo è quindi il momento principe per gli interventi cesori principali. E’ in questa fase che si operano i tagli principali sullo scheletro e sulla struttura dell’albero. Ovviamente il periodo preciso dipende da vari fattori, come l’epoca in cui è finita la raccolta delle olive, il rischio di gelate e/o di false primavere e in generale dalla correlazione con le altre operazioni colturali. Irrigazioni eseguite tardivamente, per preservare i frutti, possono indurre una stasi ritardata dell’olivo, così come concimazioni azotate autunnali. Un intervento precoce, in questi casi, può favorire un riscoppio vegetativo anticipato e un potenziale disequilibrio vegeto-produttivo. Una raccolta tardiva delle olive (gennaio-febbraio) può indurre una ritardata differenziazione delle gemme a fiore e una potatura precoce, magari durante la raccolta, può favorire la fase vegetativa, incrementando l’alternanza di produzione. L’epoca di potatura dell’olivo va sempre quindi considerata in ragione della fisiologia dell’albero, dell’andamento meteo-climatico e delle operazioni colturali sull’oliveto.

In estate la tradizione vuole che la potatura sia limitata alla rimozione dei polloni o succhioni dalla pianta. In realtà la potatura verde dell’olivo può avere molteplici funzioni, oltre a ridurre eventuali squilibri vegeto-produttivi creati con la potatura invernale. Interventi cesori sulla chioma, favorendo l’illuminazione, possono accelerare la maturazione delle olive, riducendo anche il fabbisogno idrico della pianta. Interventi simili, quando possibile, andrebbero però eseguiti con molta accortezza e attenzione, limitandoli allo stretto necessario, per evitare disequilibri.

Ogni quanto un ulivo è da potare? Il turno di potatura

La tradizione vuole che l’olivo vada potato tutti gli anni. La potatura annuale permette infatti una gestione molto ordinata e precisa dell’equilibrio vegeto-produttivo dell’olivo, senza interventi troppo drastici, in particolare sulla struttura secondaria dell’albero, spesso limitandosi a tagli di rinnovo o comunque a pochi interventi. E’ la classica potatura leggera dell’olivo. Dal punto di vista operativo ed economico, se si è operato adeguatamente negli anni precedenti, la potatura annuale potrebbe essere svolta in 5-10 minuti per albero, a seconda della sua dimensione. Spesso è l’organizzazione aziendale, oltre alla cronica mancanza di manodopera a rendere impossibile la potatura annuale dell’olivo, a favore di turni più lunghi.

La potatura biennale dell’olivo è la tecnica probabilmente oggi più diffusa. Consiste nell’intervento cesorio effettuato ogni due anni. Obbliga, ovviamente, a una tipologia di potatura media o medio severa, dovendo tenere conto dello sviluppo vegetativo di due stagioni di crescita. Dal punto di vista operativo ed economico la potatura biennale potrebbe essere svolta in 10-15 minuti per albero, a seconda della sua dimensione.

E’ possibile intervenire a cadenza poliennale, ogni tre, quattro o cinque anni? Senza considerare i vincoli della Politica agricola comunitaria ma solo di tipo agronomico, la potatura poliennale è possibile, purchè rientri in una strategia aziendale, pur piuttosto rischiosa. L’intervento poliennale infatti prevede sempre interventi cesori severi, con accentuazione dell’alternanza di produzione tipica dell’olivo. In una cadenza triennale, per esempio, al primo anno dopo la potatura si delega il rigoglio vegetativo, con bassa o nulla produzione, con il secondo anno in cui si avrà una produzione modesta/media e un rigoglio vegetativo medio, e il terzo anno con rigoglio vegetativo modesto e abbondante produzione. La media produttiva triennale potrebbe essere comparabile con quella di cicli di potatura più brevi. Si tratta, tuttavia di una pratica rischiosa, poiché se nell’anno di massima carica avvengono fenomeni meteo-climatici avversi con impatto sulla produttività, l’intero ciclo di produzione triennale risulta economicamente compromesso.

 

 

Fonti: Teatro naturale, l’arca Olearia. Accademia nazionale dell’olivo e dell’olio. “Olivicoltura” di Alessandro Morettini.

Elaborazione a cura di Luca Landini, potatore, fondatore e direttore della Scuola di Olivicoltura di Pescia

Come aumentare la sostanza organica nell’oliveto

Risultati di una ricerca volta a valutare gli effetti di due diverse modalità di gestione dell’oliveto, finalizzate alla conservazione o al reintegro della sostanza organica (s.o.) nel terreno. 

La prima basata sull’adozione di tecniche conservative alternative alle lavorazioni: un sistema di gestione sostenibile (inerbimento spontaneo, trinciatura del materiale di potatura, mulching) a confronto con quello convenzionale (lavorazioni superficiali, allontanamento del materiale di potatura). 

La seconda volta a valutare gli effetti di differenti apporti di s.o. proveniente da sottoprodotti della filiera olivicola.

Al seguente link puoi scaricare l’articolo completo:
https://www.academia.edu/18491329/Olivicoltura_sostenibile_e_gestione_del_suolo

Le alternative al rame

I metalli pesanti non sono soggetti a ulteriori degradazioni nell’ambiente, e anche il rame rientra in questa categoria. 

Questo metallo è utilizzato soprattutto in viticoltura (ma non solo) per il controllo della peronospora, ed il suo uso a dosi elevate nel tempo ne determina un progressivo accumulo all’interno del suolo con particolare riferimento ad aree a vocazione vitivinicola. 

Un agricoltore che voglia coltivare nel rispetto dell’ambiente dovrà applicare strategie e metodi di controllo per ridurre l’uso dei sali di rame, anche tramite il ricorso a sostanze alternative. 

Il rame viene impiegato in agricoltura come antifungino, ed il suo uso è autorizzato anche in agricoltura biologica. In agricoltura biodinamica il suo impiego non è consentito sulle colture orticole, ma è ammesso in frutticoltura e viticoltura in caso di necessità; rientra infatti nei prodotti ammessi solo per colture speciali e permanenti, e per piante ornamentali. Il dosaggio non dovrà comunque essere superiore ai 3 kg di rame metallo per ettaro all’anno (ogni formulato commerciale contiene una percentuale variabile di rame metallo, in base al tipo di prodotto). 

I 3 kg/ha/anno vanno calcolati nella media di un arco di tempo di 5 anni usando preferibilmente al massimo 500 gr. per ogni trattamento. Nell’arco di un quinquennio non dovranno essere superati i 15 kg/ha/anno, nel caso vi sia un’annata sfavorevole (disciplinare Demeter). Si tratta di un basso dosaggio. 

I prodotti rameici devono essere utilizzati in via preventiva, in relazione ai momenti critici determinati da temperature, umidità relativa e piovosità. Mentre per ottimizzare efficacia e quantitativi sarà opportuno utilizzare attrezzature idonee ed efficienti: occorre nebulizzare il getto in maniera adeguata per poter garantire una buona copertura della foglia (sopra e sotto) e della vegetazione.

 Durante i trattamenti sarà fondamentale evitare il punto di gocciolamento dovuto ad un accumulo eccessivo di liquido sulla foglia; questo accumulo potrà determinare la caduta a terra del liquido con conseguente spreco del prodotto, favorendo anche e soprattutto il bioaccumulo del metallo nel terreno. A tal proposito è consigliabile l’uso di appositi ugelli antideriva per effettuare i vari trattamenti. Mentre una stesura omogenea sulla foglia fornisce risultati migliori garantendo una copertura ottimale, completa ed uniforme.

Questo vale comunque per ogni tipologia di trattamento fogliare. 

Un uso eccessivo e sconsiderato di questo metallo può portare ad una serie di problematiche non indifferenti, depositandosi nei primi strati di terreno con ripercussioni negative per la vita microbica e lo sviluppo di batteri, funghi e lombrichi, determinando anche una selezione dei lieviti. Il rame è di fatto un metallo pesante ed il suo accumulo nel suolo può avere conseguenze negative, come evidenziato anche da Stefania Tegli, ricercatrice del Dipartimento di scienze delle produzioni agroalimentari e dell’ambiente dell’Università di Firenze:

Il rame che viene utilizzato come antiparassitario tende in pratica ad accumularsi nell’ambiente, in particolare nel suolo. E, dal terreno, può raggiungere e inquinare le falde acquifere, determinando gravissimi rischi ambientali ed ecotossicologici su un ampio spettro di organismi e microrganismi”. Oltre a questo inconveniente, spiega Tegli, vi è un ulteriore rischio: “Il rame determina un aumento allarmante, nella microflora degli agroecosistemi, della percentuale di batteri resistenti agli antibiotici, che finiscono col costituire una sorta di serbatoio di geni per l’antibiotico-resistenza. Questi geni sono presenti su elementi mobili del loro genoma, i plasmidi, che possono essere trasmessi con facilità anche ai batteri patogeni di uomo e animali, rendendoli così a loro volta resistenti agli antibiotici e vanificandone di fatto l’azione profilattica e terapeutica in medicina umana e veterinaria”. 

Uno dei settori maggiormente interessati è senza dubbio la viticoltura, per quanto riguarda il controllo della peronospora, nella quale il rame viene utilizzato da circa 130 anni. 

Altro problema riguarda la mancanza di vitalità e di attività biologica di molti terreni,

privi di humus e sostanza organica, i quali non sono più in grado metabolizzare e degradare eventuali molecole nocive (ovviamente sempre entro certi limiti). Questa azione di filtro e bonifica da parte del suolo è data anche dalla presenza della flora. Un terreno sano e vitale copre un ruolo ecologico molto importante, arrivando a svolgere la funzione di vero e proprio “organo”. 

Il rame è comunque un metallo pesante ed è difficile da degradare; per questo sono in corso attività di ricerca per poter individuare strategie e sostanze alternative al suo uso. Non è cosa semplice sostituire il rame poiché rimane (tra i vari rimedi ammessi in agricoltura biologica e biodinamica) quello più efficace. Non è cosa semplice, ma non impossibile. È comunque possibile limitarne i quantitativi. 

Elevate concentrazioni di rame all’interno del terreno potrebbero altresì generare fenomeni di tossicità su alcune colture, soprattutto in suoli leggeri e acidi. Questo fenomeno è quasi nullo, invece, in presenza di colloidi umici (humus) grazie al sequestro del metallo, ed anche in terreni argillosi e calcarei. In questi terreni il rame rimane bloccato grazie alla presenza di sostanza organica umificata che immobilizza il metallo. 

Rimedi

La riduzione dei quantitativi di rame si ottiene indiscutibilmente attraverso l’applicazione di una buona agronomia complessiva di base. 

Ciò è valido per tutte le colture interessate (e non). In agricoltura biodinamica vanno applicati rimedi che siano a favore degli equilibri, evitando quei rimedi pensati invece contro un problema (insetti-cida, fungi-cida, anti-parassitario ecc.), creati per eliminare, debellare, distruggere. 

La resistenza delle piante alle malattie è condizionata principalmente da fattori ambientali e agronomici. Sicuramente quello che è l’andamento climatico e stagionale può condizionare fortemente la pressione di una malattia fungina (temperature, umidità, piovosità). Anche la collocazione di un terreno ha una notevole rilevanza in questo senso (esposizione, ventosità, aerazione, luminosità). 

  1. a) Il primo elemento da considerare è senza dubbio il terreno. La qualità del suolo, la sua fertilità, la sua vitalità, la sua struttura (così come la biodiversità ipogea) sono fattori centrali per il sano sviluppo di una pianta. La capacità drenante di un terreno rappresenta un fattore determinante poiché i ristagni favoriscono le varie malattie fungine. Lo stesso inerbimento sotto questo aspetto, per quanto riguarda le colture arboree, rappresenta un vantaggio. Un efficace copertura erbacea previene il ristagno idrico (l’altezza della vegetazione dovrà rimanere bassa). Andrà dunque favorito il drenaggio. A tal proposito sono da evitare passaggi ripetuti e frequenti con macchine pesanti, soprattutto su terreno umido e bagnato. Ciò determina compattamento e asfissia con conseguenze negative per la fertilità e la vitalità del suolo. Sono da privilegiare macchine leggere utilizzate in maniera appropriata. 
  2. b) Una fertilizzazione corretta ed equilibrata favorisce la qualità della linfa delle piante, stimolando le naturali autodifese ed una buona formazione dei tessuti. Le migliori opzioni sono (da impiegare in base alle possibilità o necessità): compost biodinamico ben trasformato, sovesci plurispecie, humus di lombrico. Senza mai dimenticare i preparati biodinamici, ed in particolar modo il 501 a base di Silicio. Il Silicio stimola la formazione dell’acido ialuronico incrementando le naturali autodifese. Tramite il Silicio è auspicabile un indurimento dei tessuti vegetali con aumento della resistenza agli attacchi parassitari. Viceversa l’uso di concimazioni azotate spinte determina una eccessiva vigoria delle piante con conseguente indebolimento delle pareti cellulari, arrivando a limitare le naturali capacità di difesa. Un eccesso di vigoria può essere determinato anche da abbondante disponibilità idrica. Proprio le malattie fungine sono favorite da tessuti poco sviluppati o non lignificati correttamente (più appetibili ai patogeni). Dunque la resistenza delle pareti cellulari è determinante, e questa resistenza potrà essere garantita da un ottimale equilibrio vegeto-produttivo. Inoltre una eccessiva disponibilità di sostanze azotate (non elaborate) riduce nei vegetali la produzione di polifenoli. 
  1. c) Tramite l’applicazione di potature sensate è possibile migliorare lo stato fitosanitario della pianta. Decisivo sarà il microclima all’interno della chioma che dovrà permettere la circolazione dell’aria ed un ottimale ingresso della luce. Ombreggiamento e umidità, invece, potranno favorire la formazione di patologie. Anche il sesto d’impianto dovrà garantire una adeguata circolazione dell’aria e permettere l’ingresso della luce solare. Le potature verdi possono offrire ottimi vantaggi, così come un corretto diradamento. 
  2. d) Sarà necessario utilizzare Varietà e Cultivar idonee al clima e all’ambiente di coltivazione. 

Per quanto riguarda le sostanze alternative al rame (che possono permettere di ridurne i dosaggi) è possibile utilizzare vari rimedi. Di seguito alcuni di questi. 

Bentotamnio (500-600 grammi per ettolitro).

È un prodotto a granulometria fine (polvere) costituito da bentonite, alghe litotamnio e farina di roccia potassica. Si tratta di un corroborante potenziatore delle difese naturali dei vegetali. La bentonite è un’argilla di origine vulcanica costituita principalmente da Ossido di Silicio, Alluminio (fillosilicati) e da micronutrienti naturali. Mentre le alghe litotamnio apportano Carbonato di calcio, Magnesio e numerosi microelementi di origine marina. Oltre a migliorare lo sviluppo dei vegetali il bentotamnio crea una barriera protettiva sulla superficie fogliare utile nella prevenzione di crittogame e fitofagi. 

Pròpoli

Per uso agricolo di qualità. L’efficacia e la validità della Pròpoli dipende dalla sua qualità. 

Decotto di Equiseto (Equisetum arvense).

Grazie al contenuto di Silicio e sali solforici rinforza la pianta e previene le micosi. Eventualmente utilizzare Equiseto raccolto nel proprio territorio nel mese di giugno; è possibile conservare tramite essiccazione. Lo si può miscelare insieme ad altri componenti come microrganismi naturali, zeolite e caolino in modo da creare valide sinergie ed esaltarne le caratteristiche. 

Estratto di alghe Laminaria digitata (Laminarina). 

Tra i vari estratti vegetali quello di Laminaria sta dando i risultati più incoraggianti. Si tratta di induttori naturali di sistemi di difesa, in grado di favorire la resistenza delle piante contro avversità di natura biotica e abiotica. Le Alghe Brune sono ricche di sostanze attive, e vengono impiegate da secoli in agricoltura per via delle loro proprietà. 

La composizione ricca e complessa le rende ottime alleate delle piante, non solo per l’apporto di elementi nutritivi: grazie a diversi meccanismi d’azione influiscono positivamente sulle attività di sviluppo dei vegetali. L’uso delle Alghe Brune migliora la capacità delle piante di resistere agli stress agendo da biostimolante. Viene stimolata la produzione di fitoalessine (metaboliti antimicrobici) a vantaggio delle difese naturali. Tra i generi più importanti figurano Laminaria, Macrocystis e Ascophyllum. A seconda delle diverse colture può variare epoca e dose di applicazione. Possono offrire benefici in occasione dei “momenti chiave” nella formazione e nello sviluppo di una coltura (trapianto, ripresa vegetativa, pre-fioritura, allegagione, post-allegagione, ingrossamento frutti, invaiatura, post-raccolta). Ovviamente saranno da valutare le reali esigenze e le necessità della singola coltura, evitando interventi non necessari. 

Zeolitite (chabasite).

Questo minerale è in grado di creare una valida barriera protettiva sulla superficie del vegetale in modo da prevenire gli attacchi fungini. Il formulato in polvere micronizzata si usa in dose di 5-6 kg per ettaro in acqua (solitamente 500 lt/ha). Il quantitativo di acqua varia in base all’efficienza degli irroratori. La sua efficacia diviene maggiore in sinergia con altri componenti come l’estratto concentrato dei semi di Pompelmo e microrganismi naturali (tipo EM). Applicazioni preventive e ripetute ogni 3 settimane circa, anche in base all’andamento climatico. 

Caolino.

Grazie alla sua singolare conformazione, anche questa polvere minerale svolge un’azione antagonista sullo sviluppo delle patologie fungine. I dosaggi variano dai 2,5 ai 4 kg per ettolitro. Il volume per ettaro varia sulla base della densità fogliare in funzione delle dimensioni della coltura, e dipende anche da caratteristiche ed efficienza degli irroratori. 

Le applicazione andranno fatte in via preventiva e ripetute ogni 20 giorni circa durante tutto il periodo critico in modo da garantire la migliore copertura della vegetazione. Il suo impiego risulta ancor più efficiente in combinazione con decotto di Equiseto ed estratto concentrato di semi di Pompelmo. Per quest’ultimo sarà da valutare la compatibilità dei vari formulati commerciali (2,5-3 kg di caolino per 100 litri). 

Silicato di potassio

Potrebbe essere utilizzato anche il silicato di potassio (formulato conforme ai Regolamenti per l’Agricoltura Biologica). Al massimo 2 kg per ettolitro. 

Oli essenziali (sperimentale).

Tra cui olio essenziale di limone e olio essenziale di pompelmo. È importante utilizzare oli essenziali di qualità e di provenienza garantita (da agricoltura biologica o biodinamica). 

Semi di Pompelmo.

Risulta particolarmente valido l’estratto concentrato dei semi di Pompelmo (da non confondere con l’olio essenziale) che può essere utilizzato da solo oppure in miscela con altri componenti come zeolitite e microrganismi naturali. Oppure insieme ad altri estratti vegetali. 

Microrganismi

Sono in corso anche attività di ricerca per testare l’efficacia di vari microrganismi naturali e consorzi microbiologici per inibire lo sviluppo di funghi patogeni tramite l’attivazione delle autodifese oppure tramite un’azione antagonista diretta nei confronti del patogeno. 

Tutti questi rimedi andranno utilizzati in via preventiva garantendo la copertura durante i momenti critici. 

Bicarbonato di potassio (dai 500 agli 800 grammi per ettolitro).

Ha un’azione preventiva sullo sviluppo delle spore fungine. Va evitato l’uso ripetuto durante la stagione estiva. 

Latte.

In zone favorevoli alla viticoltura vi sono agricoltori che impiegano il latte con ottimi risultati sul controllo della peronospora. Si tratterà di utilizzare latte fresco appena munto di provenienza biologica o biodinamica. La condizione dell’animale sarà fondamentale (benessere, stato di salute, corretta nutrizione, assenza di antibiotici e farmaci etc.). Indicativamente occorrono 10 litri di latte per 200 litri d’acqua ad ettaro. Il latte ovviamente non dovrà subire pastorizzazione. 

Omeopatia.

Altra via percorribile come alternativa al rame, o per ridurne i dosaggi, potrebbe essere quella dell’omeopatia applicata all’agricoltura. Le prime esperienze in Italia relative all’applicazione dell’omeopatia per la cura delle piante risalgono al 1984, grazie al Dr. Luca Speciani, presso la Facoltà di Agraria di Milano. Dal 2001 ha dato inizio a queste ricerche anche la Professoressa Lucietta Betti presso la Facoltà di Agraria di Bologna; in questo studio sono stati osservati effetti significativi. Si tratta tuttavia ancora di un approccio sperimentale ma comunque di notevole rilievo (agro-omeopatia). 

Altre esperienze a livello internazionale sono quelle dell’omeopata olandese V.D. Kaviraj in Australia e in India oppure del Prof. Radko Tichavsky. Ma un contributo essenziale per la nascita e lo sviluppo di questa disciplina fu quello di Eugene e Lilly Kolisko. 

Cornosilice-zolfo, Cornoargilla, Cornosilice-equiseto.

È possibile impiegare anche alcuni preparati di nuova generazione i quali svolgono un’azione corroborante nei confronti della pianta. Questi nuovi preparati non sostituiscono quelli tradizionali: si tratta di Cornosilice-zolfo, Cornoargilla, Cornosilice-equiseto. Il primo stimola la formazione di proteine complesse, zuccheri e polifenoli, mentre il Cornoargilla favorisce l’equilibrio complessivo della pianta nel suo rapporto con il suolo a favore dell’equilibrio vegeto-produttivo. Ciò permette di resistere meglio a diverse forme di stress, stimolando i processi vitali, a vantaggio delle difese naturali. Il Cornosilice-equiseto svolge un’azione di contenimento nei confronti di alcuni funghi patogeni del suolo. Quest’ultimo preparato, grazie al Silicio, migliora la condizione dei tessuti vegetali con particolare riferimento alla cuticola. La cuticola, grazie alle cere da cui è costituita, svolge principalmente una funzione protettiva ed il suo spessore può variare in base al clima e alle pratiche agronomiche. 

Il rispetto dei punti sopra citati (a, b, c, d) è determinante al fine di garantire l’efficacia di questi preparati, che andranno utilizzati correttamente e al momento opportuno (in base a tipo di coltura, fase fenologica e andamento stagionale). La prevenzione rappresenta una priorità. 

I vari rimedi andranno altresì impiegati preventivamente sulla comparsa delle micosi anticipando i momenti critici. A tal proposito si rende fondamentale il monitoraggio dei parametri ambientali e climatici. 

 

Una malattia è considerata una deviazione dallo stato di armonia nello svolgimento delle funzioni vitali dell’organismo” Goidànich (1955) 

L’agricoltore ha il compito di badare a che il processo naturale si svolga nel giusto modo

Steiner (1924) 

Silicio.

Rudolf Steiner già nel 1924 suggerì l’uso del Silicio nella sua forma minerale (quarzo, ortoclasi, feldspati) e nella sua forma organica (Equisetum arvense, detto anche Equiseto o Coda cavallina) per via delle caratteristiche uniche. È presente naturalmente nelle argille e nelle sabbie, ed è uno degli elementi più abbondanti sulla crosta terrestre. Goethe, in merito alle sue proprietà, lo definì “luce condensata”. Non a caso è utilizzato nella realizzazione della fibra ottica, nei pannelli fotovoltaici e nei circuiti elettronici. Si tratta di un elemento che ha una notevole affinità con le forze della luce. 

Sempre Steiner lo definì anche “l’architetto della luce” per la capacità di ottimizzare la gestione della luce da parte dei vegetali. Consigliò l’uso del preparato 501 per garantire ai vegetali un armonico sviluppo delle parti aeree, una buona maturazione dei frutti e la prevenzione delle malattie fungine (il 501 è polare al preparato 500 che invece agisce sul terreno e sull’apparato radicale). 

Solo in epoca recente, però, la ricerca agronomica ha evidenziato i molteplici ruoli svolti da questo elemento nelle sue varie forme, soprattutto per quanto riguarda la formazione dell’epidermide e la costituzione dei tessuti vegetali. Un’epidermide omogenea e ben strutturata funge da barriera protettiva nei confronti dei patogeni.

Vi sono numerose prove che dimostrano come il Silicio possa limitare gli effetti negativi di svariati stress di natura biotica e abiotica (Epstein, 1994; Liang et al., 1996; Epstein, 1999; Liang et al., 1999; Liang & Ding, 2002; Ma, 2004). Lo stesso Silicio può fungere da “barriera meccanica” protettiva (Cheng et al, 1989). 

Si assiste inoltre ad un generale miglioramento delle qualità organolettiche

Si riportano anche alcuni dati relativi all’incontro “Siliforce day” – Silicio: qualità nelle produzioni agricole (Bologna, 24 marzo 2009). Alessandra Trinchera, CRA-RPS Roma. 

– Il Silicio migliora la “struttura” delle fibre vegetali. 

– Il Silicio sembra prevenire diverse carenze nutrizionali e limitare la tossicità di alcuni metalli. 

– Spray fogliari a base di Silicio hanno portato benefici in termini di riduzione delle parassitosi su colture in campo. 

– Il Silicio può essere accumulato dalla pianta nel sito di infezione da funghi, al fine di combattere la penetrazione della parete cellulare da parte del fungo attaccante. 

– Incrementa la qualità, la conservabilità e la resistenza al danneggiamento delle produzioni. 

(Sonobe et al., 2009; Coté-Beliaeu et al., 2009) 

Fabio Fioravanti

Il fabbisogno in freddo dell’olivo.

Il fabbisogno in freddo è un aspetto fondamentale per tutti gli alberi da frutto, che regolano il loro ciclo vitale in base alle temperature.

È fondamentale che durante l’inverno le temperature siano sufficientemente fredde per soddisfare l’esigenze delle piante.
Ovviamente non tutti gli alberi da frutto hanno lo stesso fabbisogno in freddo e vi possono essere delle notevoli differenze tra le diverse varietà di una stessa cultivar, pensiamo all’Italia e alle notevoli deifferenze climatiche da nord a sud.

Dormienza delle gemme.

Per capire cosa s’intende per fabbisogno in freddo, dobbiamo parlare della dormienza delle gemme.
La gemma è situata all’ascella delle foglie, tra il picciolo fogliare e l’asse del germoglio, in corrispondenza del nodo. Regola la crescita, la forma, la fioritura e la fruttificazione delle piante. Dopo il riposo vegetativo dalle gemme riparte il ciclo stagionale dell’albero.

Il funzionamento delle gemme è regolato da un meccanismo fisiologico denominato dormienza. Questo meccanismo difende la gemma dal freddo invernale.
Le gemme si formano nel periodo estivo e quando arriva il freddo s’instaura la dormienza, che ne impedisce l’allungamento.

La gemma, che durante l’inverno è detta dormiente, per risvegliarsi e riacquistare la capacità di germogliare, ha bisogno di un determinato periodo di freddo.
Questo fabbisogno in freddo è diverso per ogni specie o varietà di albero di frutto.
Viene considerato “freddo” un periodo con un range di temperature compreso tra i 14 °C e gli 0 °C, con una temperatura ottimale di 7 °C.
Il germogliamento della gemma dormiente avviene solo se è stato accumulato un certo numero di ore di freddo.

Normalmente il fabbisogno in freddo viene soddisfatto nella maggior parte delle regioni italiane, soprattutto quelle centro-settentrionali. Dei problemi si possono avere nelle regioni più a sud, con inverni molto miti. In queste regioni bisogna stare molto attenti a scegliere varietà di olivi che non abbiano un elevato fabbisogno di temperature rigide, normalmente le cultivar autoctone; viceversa coltivare specie adatte a zone calde in aree più fredde espone al rischio inverso, ovvero quello di esporre i fiori e la vegetazione ai possibili ritorni di freddo.

Cosa succede quando non viene soddisfatto il fabbisogno in freddo?

Sintetizzando possiamo dire che la pianta entra in uno stato di confusione, ovvero non riesce più a percepire l’arrivo della primavera, giacché non ha vissuto un periodo abbastanza freddo.
Nelle gemme questo si traduce in un anomalo prolungamento della fase di dormienza ed un ritardo della ripresa vegetativa.
Le conseguenze possono essere una cascola anomala delle gemme, una fioritura scalare e povera, un’insufficiente allegagione dei fiori.

Il totale di ore di freddo per ogni albero da frutto si esprime in unità di freddo, corrispondenti ad un’ora a 7 °C. L’olivo, a seconda dell’area di provenienza, quindi della cultivar, ha un fabbisogno di freddo che va dalle 100 alle 250 ore.

Fonti:

Various model of calculating of chill units in fruits crops – ResearchGate 

About Chilling Hours,Units & Portions – Department of Plant Sciences | UC Davis | College of Agricultural and Environmental Sciences

Link utili

La gestione di fitofagi e patogeni

mosca olearia su oliva

In queste presentazioni troverai due interventi del professor Bagnoli sulla gestione di fitofagi e patogeni.

Il primo pdf si concentra su insetti e patologie che influenzano la produttività e sulle strategie e tecnologie innovative per un controllo efficace e sostenibile.

Nel secondo pdf troverai invece un approfondimento sulla mosca dell’olivo.